sabato 28 febbraio 2009

L'università italiana è in crisi?



Migliaia di indirizzi. Concorrenza tra le facoltà. Caccia grossa agli studenti. E ai soldi, che sono sempre meno. Risultato: l'Italia perde terreno in Europa. Così si affaccia un'idea semplice quanto rivoluzionaria: se cominciassimo a premiare gli atenei più efficienti, non sforneremmo laureati migliori?
Alla Sapienza di Roma ci sono studenti che comprano gli esami con la complicità, oltre che di qualche professore, di bidelli factotum? Che volete, il nostro, rimane il paese del pezzo di carta.
Così non c'è da stupirsi se ogni tanto scoppiano casi del genere. Più significativo, per buttarla sul paradossale, è quando accade il contrario: che un docente compri il lavoro di un allievo. È la classica storiella: il cane che morde l'uomo non fa notizia, l'uomo che morde il cane sì.
Ebbene, a Trento è stato rinviato a giudizio un cattedratico della facoltà di economia, con l'accusa di avere acquistato (per 500 mila vecchie lirette) le tesi di due ragazzi, nemmeno tanto brillanti, visti i non eccezionali voti di laurea. Obiettivo: inserirne ampi brani, compresi gli errori di battitura, in un volume necessario al professore per diventare ordinario.
Povera università italiana. Le iscrizioni che dopo anni di stasi se non di declino sono tornate a crescere, i laureati che magari impiegheranno sette anni a tagliare il traguardo ma che dal 36 per cento del 1994 sono arrivati al 52 per cento sul totale degli immatricolati, la percentuale di popolazione tra i 25 e i 27 anni in possesso di titolo accademico passata dall'11 al 21 per cento.
Da qualunque parte si guardi, l'università continua ad apparire la grande malata del sistema Italia. Il numero di laureati sull'intera forza lavoro attiva è addirittura avvilente in confronto a quello dei competitori europei Germania, Francia, Gran Bretagna.
I fuori corso rimangono una caterva. Non basta: per seguitare con gli impietosi paragoni internazionali, la spesa universitaria italiana sul pil è dello 0,63 per cento, contro 1,13 della Francia, 1,11 della Gran Bretagna e 1,04 della Germania. Gli investimenti annui per la ricerca in ambito universitario sono di 2,9 miliardi di euro contro i 4,9 di Francia e Gran Bretagna e i 9 della Germania. Noi abbiamo lo 0,33 per cento di ricercatori sulla popolazione in età da lavoro, la metà delle altre nazioni. Per non infierire su un piccolo particolare: la stragrande maggioranza delle risorse se ne va in stipendi per il personale, ben l'86,85 per cento dei 6,18 miliardi del Fondo per il finanziamento ordinario (Ffo), il cuore dei trasferimenti di denaro dallo Stato agli atenei.
Certo, gli attuali 6.451 fra corsi e diplomi di laurea (anche se al momento si sovrappongono vecchio e nuovo ordinamento e molti appaiono destinati a esaurirsi) sembrano francamente troppi.
Da Bolzano a Palermo, le università sono oggi 77, 198 i comuni che ospitano almeno un corso di studi, mentre corsi di laurea e diplomi a livello universitario sono 6.451.
I docenti di ruolo sono 54.000. Il 36 per cento dei ricercatori e il 65 per cento dei professori ordinari hanno più di 50 anni. Solo il 52 per cento degli iscritti arriva alla laurea. Un quarto abbandona dopo il primo anno.
L'età media degli studenti è di 23,4 anni, 27,8 l'età in cui ci si laurea, 7 gli anni di permanenza nelle facoltà. Il 54 per cento degli allievi lavora a tempo pieno o parziale.

Fonte: Panorama